Vogue contro i siti pro-anoressia. La cucina non c’entra.

Mi ero fatta un’idea, ma non pensavo ne avrei parlato sul blog.

Poi la mia casella di posta ha fatto tlin-tlon e ho ricevuto una mail con la quale mi si presentava l’iniziativa di Vogue.it, la campagna per la messa al bando dei siti pro-anoressia, promossa dalla Direttrice in ossa e spirito, Franca Sozzani.

E’ stata richiesta la mia opinione su un argomento. Opinione che avrei potuto diffondere presso i miei lettori, perché il mio è un blog in cui si parla di cibo e l’anoressia è un problema alimentare (?!).

E’ stato proprio questo a farmi scattare la voglia di scriverne qui, quando mai avrei pensato di farlo. Perché la faccenda mi ha colpita e mi sono letta un po’ di opinioni altrui in giro per la rete. Non volevo buttarla in vacca citando solo l’episodio del tiramisù. Nella mia beatissima ignoranza, mi sono detta: se ciò che questi cattivoni della rete dicono è falso, Vogue sarà un giornale di moda dove si vedono ragazze magre, ok, ma in salute; probabilmente si comunicherà un’immagine varia di donna, un po’ così e un po’ colì, un po’ come me e un po’ come te.

Beh, ho investito 5 euri per acquistare il tomo, visto che non l’avevo mai sfogliato. E sono rimasta semi-paralizzata davanti all’edicola quando ho girato il pacchettone e ho osservato la copertina del supplemento Vogue Unique

Ops! Va bene che cartaceo e web non si parlano, va bene che tanto lo sanno tutti cosa avete pubblicato fino ad oggi (tranne me), ma riempire il web con una campagna sociale e lo stesso mese vendere l’esatto contrario in edicola non è solo ingenuo, è una scelta comunicativa che definirei da principianti. Quella in copertina è chiaramente un’immagine “stiracchiata”, ma cosa trasmette?

E non tirate fuori che a pagina 184 c’è un articolo in cui si parla di tre cantanti sovrappeso… Sono state messe insieme in quell’articolo proprio perché hanno in comune di essere ragazze di talento E sovrappeso!

Quello che penso io è che una rivista come Vogue non dovrebbe ripulirsi la coscienza con un’operazione di anti-ana-washing, quando nelle azioni postula una cultura del corpo che è irraggiungibile per la larga maggioranza di noi. Non è corretto schierarsi contro i dannosissimi siti pro-anoressia, dove le ragazze possono trovare consigli su come nascondere i sintomi della loro malattia agli occhi delle persone vicine e dove si inneggia alla scomparsa, quando in casa propria si fa quello che abbiamo visto.

Chiudiamoli pure, questi blog, ma ne nasceranno altri, c’è tutta una cultura da cambiare e ognuno, secondo me, dovrebbe pensare a ciò che conosce meglio. Perciò Franca Sozzani, per un banalissimo sillogismo, secondo me dovrebbe pensare al suo giornale, al massimo ai giornali degli altri. E’ lì che un piccolo cambiamento potrebbe esplodere con più forza. Un mea culpa con un’iniziativa positiva legata alla propria attività sarebbe sembrato forse un po’ meno ipocrita, un po’ meno assurdo, un po’ meno.

In una pagina del giornale, Vogue “parla” di sè stesso e dice:

Essere al centro di un’attenzione costante. Anticipare le attese degli sguardi più esigenti. Stabilire un’unità di misura superiore, quella dell’immagine. E’ così che Vogue ha trasformato il proprio nome in un valore assoluto.

Se siete coscienti di stabilire un’unità di misura, perché non siete intervenuti prima su voi stessi?

Bene. Ho finito. Sì, è esattamente come mi era sembrato, il legame con la cucina non c’è. La prossima volta apro un blog di comunicazione, promesso.

Tutte le immagini sono fotografie scattate alla mia copia di Vogue

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4 thoughts on “Vogue contro i siti pro-anoressia. La cucina non c’entra.

  1. Non posso che concordare con quanto scritto nell’articolo e con il commento di Veru. L’ipocrisia regna sovrana purtroppo. La cosa che mi lascia maggiormente basita, oltre a tutto il discorso anoressia, è la presa per i fondelli di fondo. Questo finto preoccuparsi ma soprattutto questo finto battersi per combattere quello che, a mio avviso, è uno dei mali peggiori che colpisce le adolescenti di oggi, mi urta oltremodo. Ma cosa possiamo mai pretendere da una rivista che basa il proprio successo sull’apparire e non sull’essere? La risposta vien da sé.

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