Capodanno con tante pretese

Capodanno

Panini croccanti, con mozzarella e pomodorini secchi, innaffiati da un bel bicchierone di aranciata

Questo è stato il mio pranzo di Capodanno, perché siamo tutti ammalati e io l’unica con appetito (strano!). E dopo una serata di ultimo dell’anno della quale avrei fatto volentieri a meno, il pessimismo è salito ai massimi livelli.

Penso che il pessimismo possa far parte della vita, senza imbarazzi, anche quando si manifesta con una certa irresistibile cattiveria. A volte si può fare qualcosa per combatterlo, altre volte non c’è proprio niente da fare e momenti come quelli che ho passato negli ultimi giorni restano lì e scavano uno spazio che resterà vuoto per sempre.

Penso che provare a riempire quel vuoto sia inutile e pericoloso, ma si possono scoprire tante altre cose belle, imparando ad imparare da quel vuoto, che diventerà un monito.

Quando mi sono preparata questi due tristi paninetti avevo il muso, quel ghigno, e avevo passato una notte a rigirarmi nel letto senza dormire veramente.

Poi li ho assaggiati e l’accostamento di pane croccante, mozzarella e pomodorini secchi era delizioso. Una spinta saporita ad apprezzare le piccole cose, o almeno è quello che ci ho voluto leggere io.

Sai cosa ti dico, 2015 appena iniziato? I tuoi predecessori che ho avuto il piacere di attraversare sono stati tutti difficili e non ho più paura di dirlo, ma mi hanno insegnato ad essere una persona resistente. E resistere per me, da alcuni anni, significa anche saper vedere un lumicino in mezzo alle onde alte metri, o quel panino delizioso in un mare di casini, insomma il bello o la speranza.

Quindi, caro 2015, se sarai gentile con me te ne sarò grata ma sappi che non chiederò a te ciò che invece devo aspettarmi da me stessa.

[Il “chi ben comincia…” non mi ha mai condizionata, un pranzo di Capodanno così può solo farmi venire voglia di sapori da scoprire nel 2015. Oggi ho pasteggiato con l’aranciata, non commento.]

Gestire con successo la malinconia da feste comandate

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In questo periodo dell’anno, prima di Natale, di solito ho molto lavoro, tante consegne, e quest’anno di più.

Perciò quelle che dovrebbero essere piacevoli evasioni prefestive, come andare a comprare i regali senza impazzire, diventano purtroppo appesantimenti di un periodo già non particolarmente spumeggiante. Non è certo il miglior spirito per approcciare il capitolo natalizio, ne convengo.

E’ un po’ deprimente volersi riposare, dedicarsi al futile e rendersi conto di non poterlo fare, anzi di dover correre qua e là senza godersi l’atmosfera. Credo sia una malinconia molto comune.

Ma vorrei rendere noto che questa piccola malinconia, che deriva dal fatto di non riuscire a fare tutto, si può curare con alcuni additivi per lo più naturali. Usciamone!

Le mie debolezze per la stagione festiva 2014-2015:

gli èclair del Mercatino Francese – credo che lo scatto qui sotto basti come giustificazione. Il Mercatino Francese è in Piazza Minghetti a Bologna fino al 23 dicembre, quindi per alcuni giorni potrò ancora avventarmi graziosamente approcciare questi e gli altri dolci in vendita.

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un buon caffé – in un periodo così intenso lo stress può prendere il sopravvento. Ecco perché mi consiglio e consiglio a tutti delle pause, come un caffé degno di questo nome e un dolcino. A volte vedo la mia faccia riflessa da qualche parte e noto quel ghigno sotto al colorito grigio. Quello è ESATTAMENTE il momento di premere il pulsante di emergenza, uscire un attimo a prendere una boccata d’aria.

Ci sarà pure il PM10, ma una boccata d’aria può fare davvero miracoli. E un dolcino di Gino Fabbri ne ha fatti parecchi di miracoli, si dice in giro.

cioccolato con il sale – il prodotto che sintetizza la mia passione, sin dalla giovanissima età, per il cioccolato mangiato con i crackers salati in superficie. Ora che sono cresciuta e splendo nel delizioso involucro di giudiziosa giovane donna (è un momento difficile, mi descrivo così per autoconvinvermi..) ho lasciato l’infantile passione per il cioccolato al latte e mi sono convertita al fondentesimo, che con un pizzico di sale è davvero fantastico e fa passare la gnogna.
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Forza e coraggio, passeranno anche le Feste… 🙂

Perché dovrei partecipare a Bake Off Italia

Ognuno ha il suo reality sciò e io ho trovato il mio, l’ho trovato l’anno scorso, e alla prima puntata sono salita in piedi sul divanoletto (chiuso) e con un pugno alzato verso l’alto ho gridato “parteciperò a Bake Off Italia!“.

Dai, diciamocelo, con il proliferare di reality e talent, tutti noi abbiamo fantasticato sulla più brillante, grandiosa, indimenticabile partecipazione, la nostra!

Venire derisi per l’imperfetto collo del piede, osservare sornioni gli ingredienti della MISTERI BAX, cercare di capire le indicazioni di Simona Ventura su come affrontare un acuto, correre in una metropoli per assaggiare grilli fritti insieme a un fidato compagno di viaggio (anche questo sarebbe un po’ il mio ideale, a dir la verità): tutti sappiamo quale sarebbe il talent che potremmo assolutamente sbaragliare ma per timidezza, mancanza di tempo o di coraggio non abbiamo partecipato alle selezioni. Eccomi, ci sono anch’io.

Ho trovato il mio reality, Bake Off Italia, condotto dalla cara Benedetta Parodi, stilosa e senza mani in pasta.

Perché avrei dovuto partecipare a Bake Off Italia invece di stare qui a farmi venire la gastrite con il back-to-work? Ho almeno 7 buoni motivi:

  1. sono convinta di sapere fare quasi tutte le preparazioni base della pasticceria, e bene. Questa discutibile convinzione, più dell’effettiva capacità di saper fare, mi sembra uno degli ingredienti base dei concorrenti dei talent;
  2. sono abbastanza veloce in cucina;
  3. sono disordinatissima in cucina – sono la concorrente perfetta, tutti hanno voglia di rivedere questa faccia qui, che dice “vorrei insultarti più pesantemente di quanto non stia già facendo, ma sono in tv”;
  4. so che l’Alchermes è un liquore;
  5. con una buona dose di Alchermes potrei anche prestarmi a partecipare a questa cosa qua;
  6. Bake Off Italia è un programma registrato ed eventuali mie gaffe, dovute o meno all’alchermes, potrebbero essere tagliate;
  7. nella competizione sono spietata e mi trasformo come un Gremlin.

Stasera ricomincia Bake Off Italia e lo seguirò perché è un programma divertente su un tema assai avvincente, alla mia partecipazione indimenticabile penserò l’anno prossimo!

Recensione: il nuovo Winner Taco

Alla fine, a primavera inoltrata, sono arrivata anch’io e ho assaggiato il redivivo Winner Taco, riportato in auge da Algida a marzo dopo velate sollecitazioni dalla rete (in Germania lo fanno). Il Winner Taco è stato commentato e analizzato da tutti, aggiungo anche la mia per puro svago personale.

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Ho acquistato il nostro mitico in stazione, contraddicendo la proiezione onirica che mi ero fatta in questi anni sul nostro ricongiungimento: da giovinetta lo mangiavo dopo la piscina, ma la sera il bar della piscina è chiuso, perciò ho ripiegato sulla situazione di viaggio.

Così sono arrivata in stazione con un anticipo da viaggio intercontinentale, solo per usufruire dell’Algida-chiringuito temporaneo.

UnWinnerTacoperfavore” ho chiesto tutto d’un fiato per non tradire la voce rotta dalla commozione.

Era già lì, davanti a me nel frizzer, come se tutti questi anni non fossero passati (strategicamente non hanno messo specchi nel chiringuito) e dopo una veloce transazione finanziaria (1,90 €) il Winner Taco era nelle mie mani… Manone?! Mi è sembrato più piccolo dell’originale e io ero già grandicella a 14 anni ahimè quindi le mie mani non sono diventate più grandi con il tempo.

Eccoci quindi faccia a faccia, io e te piccolino mio.

Lo scarto, lo assaggio e sorpresa…

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Non è lui: è meno dolce, il cioccolato è fondente, il caramello è meno presente eppure… Eppure è buonissimo! Un gusto meno zuccheroso, più adulto.

Che sia stata una scelta consapevole da parte di Algida per incontrare il gusto di noi giovani (ahem) uomini e donne oppure il cambiamento nasce da ragioni tecniche?

Mi piace pensare che la prima risposta sia la più aderente alla realtà perché sapete cos’è peggio di “non è più lui!“? Il “non mi piace più come una volta“, frase che dimostra che il tempo ci ha inevitabilmente cambiati. Come quando vai a un concerto e non ti diverti e pensi solo al mal di schiena che ti fa venire lo stare in piedi con la borsa a tracolla (ahem ahem).

È più confortante che sia stato lui, il Winner Taco, a cambiare e che nel suo mutare ci piaccia ancora dimostrando a noi stessi e agli altri che siamo dinamici e godiamo di uno spirito di adattamento adolescenziale, ma con l’oggettivo vantaggio di non sudare come allora.

Ecco perché l’operazione nuovo Winner Taco, nonostante alcuni delusi fuori target, per me è geniale: mangio qualcosa che mi piace davvero facendo il figo (su una scala da scuola media degli anni ’90, ovvio, non certo una scala attuale) con un cibo retrò quanto basta e che oggi, nella versione originale, non mi piacerebbe neanche più.

Quindi grazie Algida: grazie per avere fatto rivivere il Winner Taco, per averlo riportato alla vita ma invecchiato insieme a noi e anche grazie per averlo ritirato dal commercio anni fa, altrimenti adesso non sarei magra.

La scala Bottura – Pane e latte

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Guardare un telefilm su La5 mangiando il riso e latte – Punto 8 della scala con aggravante

Ieri sera, a casa da sola, ho capito che non sono più capace di stare da sola: la prolungata vita di coppia cambia anche la più consumata delle figlie uniche. Giravo per casa senza uno scopo, con in testa l’idea di combinare qualcosa, sì ma cosa? Ho dato una pulitina di convenienza qui, piegato due panni là, poi sono arrivata in cucina e, pur temporeggiando alcuni minuti, si è fatto strada l’appetito.

Cosa preparare? La voglia di cucinare scarseggiava e ho passato in rassegna varie opzioni, poi ho estratto dal cilindro un piatto che ha sorpreso me, il mio cactus e altri elementi più stagionati della cucina, quali salame e fontina d’alpeggio: il riso e latte! È una cosa buona, confortante, che richiede qualche minuto in più della telefonata per ordinare la pizza e qualche minuto in meno di fare la pizza. Avevo bisogno di un qualcosa di caldino, morbidino, perché ero anche di cattivo umore, pergiunta. Invece il riso e latte è un bel ricordo che non so da dove sia uscito ma mi ha fatto proprio bene.

L’ho preparato con un ottimo riso biologico donato dalla suocera e, quando siamo stati faccia a faccia, ho iniziato a pensare dove poteva collocarsi il riso e latte su una scala delle cene dove per me è fin troppo facile fissare una vetta assoluta: beh è lui, Massimo Bottura. La solitudine porta a fare ragionamenti di questo tipo.

Ecco dunque la “scala Bottura – Pane e latte“, la definitiva e scientifica scala in 15 punti delle varie forme che una cena può prendere, dal suo Massimo al minimo umanamente concepibile. Si parte…

  1.  Bottura – Basta il cognome, ad alcuni gourmet bastano le iniziali: la cena dei sogni, che forse capita una volta o poco più nella vita, quella a cui ti prepari con religioso rispetto e infantile emozione. Sei preso per mano, la cena ti porta in viaggio tra i suoi ricordi, ma anche i tuoi, per me non è stata solo una grande cena ma un’esperienza a tutto tondo, più simile alla sensazione che ti lascia la visione di un film capolavoro. Fuor di metafora, puoi assaggiare le cose più buone che hai mai mangiato e il ricordo resterà con te per sempre.
  2. Cena precisina fuori città – Una cena organizzata con un po’ di preavviso, in quel posto che volevi provare da un po’, del quale hai letto recensioni varie ed è presente sulla tua guida del cuore. Un vestito speciale e si prende la macchina per andare fuori città, è un piccolo evento piacevole e un premio per periodi faticosi, quasi una piccola vacanza.
  3. Cena precisina in città – Come la cena del punto 2 ma con meno preparazione dietro, la cena in città in un ristorante di buon livello dal quale si esce alticci, tanto si va a casa a piedi.
  4. Osteria (Non la Francescana) – La cena da venerdì sera, quando si finisce di lavorare tardi e si ha voglia di qualcosa di spiccio ma saporito, con il quale auto infliggersi il colpo finale.
  5. Cena a casa con alcune portate e il dolce – Una cena preparata a casa che ha visto l’impegno di una spesa dedicata, per selezionare i prodotti. In genere il menu viene scritto per fare una lista della spesa completa, la soddisfazione è tanta ma bisogna spadellare almeno un pomeriggio intero.
  6. Cena monoportata a casa – Il tipo di cena magari improvvisata ma nella quale le energie vengono convogliate positivamente su una portata sola, un compromesso soddisfacente se il frigorifero consente preparazioni complesse.
  7. Cena a casa di altri – Si piazza in posizione 7 perché a casa propria si mangia sempre meglio. A meno che “altri” siano i miei suoceri, allora ci consideriamo al punto 2 sulla scala Bottura – Pane e latte, a un passo dall’empireo.
  8. Riso e latte – Il piatto semplice del ricordo, consolatorio, magari non un’esplosione di gusto ma confortevole, a volte ci vuole proprio. Visto da fuori, francamente un po’ triste.
  9. Pizza andata a prendere – Andare a prendere di persona la pizza da asporto implica una certa dinamicità, perciò questa cena si piazza solo al 9° posto nella scala “Bottura – Pane e latte”. Senza senso di colpa, sarà quindi possibile piazzarsi davanti alla tv e gustare la pizza direttamente dal cartone, con buonapace delle sensazioni organolettiche.
  10. Aperitivo lungo – Qualitativamente inferiore alla pizza e per questo collocato alla posizione successiva, è quella cosa che pur mangiando davvero pochissimo ti fa incamerare le calorie di un’abbondante pranzo delle feste dalla nonna. Sconsigliatissimo in associazione al punto 9, la pizza presa tornando a casa perché all’aperitivo si è mangiato poco.
  11. Pizza consegnata a casa – Nella top 5 delle cene discutibili per modalità e qualità si colloca la pizza consegnata a casa, quando il livello di prostrazione e pigrizia è tale da non consentire nemmeno di girare l’angolo per andare a ritirare la pizza da soli. Aggravante del punto 11 c’è senza dubbio l’assenza dell’ascensore, che costringe il ragazzo delle consegne a scalare 3 rampe di scale e soprattutto a non replicare con improperi al vostro “Mi dispiace, hai dovuto fare le scale…”.
  12. Cibo cinese da asporto (perché la sera prima ti sei fatto portare a casa la pizza) – Se la sera prima hai ordinato la pizza o sei andato a prenderla da solo, non potrai gestire l’onta di tornare in pizzeria per la cena successiva. Ecco dunque che occorre trovare un ripiego, ma che non ti faccia spendere molto più di una pizza. E’ il turno del cibo cinese da asporto, e siamo quasi top 3.
  13. Due verdure saltate senza voglia e poi biscotti – Pessima scelta quando non si ha voglia di cucinare. Si saltano in padella due pallide verdure, perché l’assenza di voglia di cucinare viene interpretata erroneamente come poco appetito e dopo mezz’ora, alla prima pubblicità del programma che state guardando in tv, si inizia a cercare in dispensa e si ripiega sui biscotti, proprio loro, quelli con l’olio di palma.
  14. Niente – Quando si ha ancora un briciolo di amor proprio, prima di sprofondare al punto 15, si può scegliere di non mangiare niente. Siamo adulti, avremo una ricca colazione domani, questa scelta può fare bene ogni tanto, sicuramente è più salutare di molti altri punti dai quali siamo passati. Ma occhio ai biscotti, sono in agguato…
  15. Pane e latte – “Stasera mangio il latte”, la dichiarazione più deprimente delle sere solitarie. Ma c’è di più, puoi decidere di pucciare il pane nel latte, come facevano i nostri avi. Ed è qui che cominci a riflettere su cosa può esserci di peggio, non lo trovi, così pensi alla posizione 1 e ti deprimi ulteriormente.